LA TANATOSI DEL BOLOGNA


Bologna 26 Reno 20

Ci sono degli animali che per sfuggire alla cattura dei predatori si fingono morti contando sul fatto che questi, non essendo saprofagi, preferiscono mangiare i vivi e non i cadaveri. L'opossum e il martin pescatore sono bestioline che praticano la tanatosi come forma di difesa ma sembra che gli studiosi di zoologia abbiano recentemente scoperto un altro mammifero incline a questa pratica: il Bononia rugbitoriae, più conosciuto con il nome comune di Bologna 1928. Per tutta la prima fase del campionato questa specie animale, il cui habitat si trova tra l'Emilia e la Toscana, si è finto morto e ha giaciuto inerme sul fondo della classifica lasciandosi strapazzare dai suoi antagonisti naturali che nel loro andare e ritornare lo sballottavano per un po' per poi rimanere nel dubbio se quel coso immobile a terra lo era o ci faceva. Nella seconda parte del campionato il Bologna ha sciolto il dubbio, era morto solo per finta, ha cominciato a vincere e adesso non lo ferma più nessuno.
Anche la Reno se ne ara accorta che il Bologna incontrato e battuto nei primi due derby della stagione non era lo stesso Bologna, rinforzato e risistemato, con il quale oggi, nel giro di boa del girone salvezza, si sarebbe dovuto giocare un pezzo di permanenza in B . La Reno era venuta all'Arcoveggio con tutto quello che aveva tranne i quattro o cinque titolari infortunati e lasciati sul campo durante il cammino e un'apertura mai trovata dopo il forfait del Sacco.
I primi tre punti sono della Reno, un piazzato centrale ma distante, che così all'inizio della partita non vogliono dire niente ma è sempre meglio segnarli che subirli. I padroni di casa replicano a loro volta con un piazzato e nel pareggiare i punti solleticano l'orgoglio dei gialloblu che cominciano a pressare un Bologna che si difende bene lasciando solo l'iniziativa agli avversari senza perdere l'organizzazione e il controllo della partita.
Infatti, alla prima occasione, sull'intercetto di un passaggio, il Bologna ribalta la difesa in attacco e sviluppa tre o quattro fasi in velocità trovando alla fine i giocatori della Reno sparsi per il campo e infilandoli in superiorità numerica. Con un'altro piazzato il Bologna mette quella distanza nel punteggio che costringe gli avversari a dover far qualcosa in più, sempre che ne abbiano.
La partita adesso vive quella sospensione, la squadra che è sotto se può reagisce, quella in vantaggio potendo affonda ma se entrambe non possono si gioca sull'errore dell'altro, chi sbaglia meno o è capace di approfittare degli errori dell'altro prende il pallino in mano e mette un'ipoteca sulla vittoria finale. La Reno, tra le due, è quella che sbaglia di più, incapace di risalire il campo con il gioco al piede si infila in un difficile corpo a corpo in spazi ristretti o con soluzioni improbabili, come quel calcetto a seguire che si trasforma in un calcetto a in-seguire l'avversario che prende la palla in contropiede e corre per quaranta metri sorprendendo una difesa schierata per l'attacco. 16 a 3 e tempo finito, il primo ovviamente.
In quei dieci minuti tra i due tempi si ha il tempo di guardarsi intorno, salutare gli amici, commentare con il vicino e contare quanti siamo, pochi, nonostante la bella giornata, dove saranno quel migliaio che c'erano ai derby di due anni fa? Si gioca in una categoria superiore con meno gente in tribuna, così a naso c'è qualcosa che non torna.
Al ritorno in campo la Reno è quella che ha cambiato di più, il mediano di mischia e un pilone, ma sopratutto ha cambiato atteggiamento, adesso attacca con convinzione, sostenuta da un ritmo incalzante, la palla si sposta con velocità da una parte all'altra del campo, cercando lo spazio tra due difensori, la palla corre di mano in mano, si ferma un attimo e poi riparte, fino a quando uno degli attaccanti non pensa "fanculo lo spazio, adesso gli vado addosso e vediamo se mi ferma". Delle volte capita che il primo difensore non riesce a fermarlo e nemmeno il secondo che accorre alla disperata, ecco quando questo capita di solito è meta. 16 a 8 e partita riaperta.
Dalla tribuna all'Arcoveggio non si sente quello che i giocatori si dicono in campo, al massimo si cerca di interpretare il linguaggio dei corpi. I segnali che arrivano dai giocatori del Bologna sono positivi, non si vedono teste basse o altri atteggiamenti di scoramento, anzi sembra che i 5 punti di distanza che sono rimasti siano per loro almeno una ventina, riprendono a giocare con sicurezza e si riportano nel campo avversario con tutti i movimenti giusti per costruire rapidamente un'altra opportunità di meta, e quando l'ala si trova davanti un pilone capisce che quello è il momento giusto, muove le gambe, ubriaca il grosso e approfittando dell'assenza dell'estremo appoggia la palla oltre la linea.
Mancano una ventina di minuti alla fine della partita e con la sparigliata dei piazzati due mete trasformate darebbero alla Reno la vittoria, difficile ma non impossibile avranno pensato quelli vestiti di giallo e blu, l'avranno pensato sopratutto gli otto avanti quando hanno deciso di combattere da soli contro tutti gli altri 15. La palla non è più uscita dalla mischia, carretti, ruck, ripartenze e le punizioni, da un certo punto in avanti, non venivano più calciate in touche, erano giocate alla mano per spataccarsi contro il primo che capitava a tiro. Un lavoro duro, faticoso, ignorante se si vuole ma che ha dato i suoi frutti. A quattro minuti dalla fine e due mete segnate, il risultato era di 21 a 20, ancora a favore del Bologna ma con l'inerzia tutta per la Reno.
Dopo la trasformazione della terza meta della Reno il calcio di rimessa da centrocampo è il più profondo possibile, il Bologna sa bene che non può rischiare di far tornare ad annusare a quelle belve inferocite la linea di meta. La palla è raccolta dalla Reno nei 22 che invece di riconquistare rapidamente terreno con un calcio si intestardisce nel portare la palla alla mano rimbalzando sul pressing del Bologna e offrendo così la possibilità agli avversari di riconquistare la palla e marcare la meta del bonus e della vittoria. Tempo finito. Dei 7 punti messi in palio soltanto uno è rimasto nel taschino dell'arbitro. 5 li ha presi il Bologna e la Reno appena 1.
Qualcuno in tribuna si è lamentato che dopo il saluto a centrocampo non c'è stata la festa tra i giocatori con la conseguente consegna della mortadella al vincitore, quelli del Bologna hanno eseguito una danza rituale vicino alla loro panchina intorno al tabellone segnapunti congelato sul punteggio finale, mentre quelli della Reno hanno metabolizzato la sconfitta sulla strada che porta agli spogliatoi tra gli applausi dei loro tifosi. Era giusto che finisse così, chi a festeggiare per essere tornati almeno per un giorno i numeri 1 del rugby bolognese e chi a farsi consolare sapendo di non avere demeritato. I giocatori hanno deciso di lasciare al terzo tempo, in club house, il momento del mischiarsi tra le squadre, dei complimenti e dei saluti, consegnando ad altri soggetti il lavoro di tessere i giusti rapporti tra le società, magari con meno formalità e più sostanza, una cosa che può essere fatta anche il lunedì o il martedì o in qualsiasi altro giorno da qui al prossimo derby il primo di maggio alla Barca.

alberto natale - 21/03/2016
La descrizione della fase tecnica "fanculo lo spazio" è bellissima
vinca il migliore - 21/03/2016
Nell'intervallo della partita il "Bononia rugbitoriae" è uso fare il nido presso la rete che delimita il campo di gioco, per ascoltare il canto ispiratore di un rapace, ritenuto capace, ma rapace.
Molotov - 23/03/2016
Calabrò tesse i rapporti? Un unione con il Bologna per uccidere le giovanili e spendere tutti i soldi che anno per comprare dieci stranieri come ha fatto quindici anni fa e come ha fatto questanno per la paura di tornare in serie c? Scordatevelo
Pok - 02/05/2016
Prof. Terzilli - 23/03/2016
Caro Molotov....anno si scrive con l'h......hanno!!!
vinca il migliore - 24/03/2016
Silenzio silenzio silenzio!
Di certe cose non si parla!
Soprattutto quando si sa che si andando contro le regole e la decenza...
highway 051 - 25/03/2016
Oportet fieri
romano rambaldi - 28/03/2016
Quella che Molotov chiama "unione"-espressione attribuita ad Enzo Calabrò- sarebbe, a mio avviso, nient'altro che una franchigia alla quale una società (ad esempio Bologna 1928) cura la formazione seniores e, come suggerito nei giorni scorsi in altro commento (subito archiviato), un'altra si dedica agli u.18, un'altra ancora agli u.16 e così fino al Minirugby e al settore Femminile, mantenendo, per chi avesse il materiale umano, la gestione di una formazione seniores nelle varie categorie di appartenenza.
Resterebbe chiaro che il tutto dovrebbe essere gestito da un consiglio direttivo, paritetico fra le società partecipanti alla franchigia, il quale avrebbe il compito di suggerirne gli obiettivi.
M'arcopivatelli - 29/03/2016
Benito - 28/03/2016
Ad esempio...un par de palle scusa Rambaldi ma o ci sei o ci fai, mettila via sul nascere che possa andare come tu vaneggiando stai ipotizzando!!!par condicio......
Franzoni - 28/03/2016
Rambaldi, mi è stato raccontato che una proposta simile é stata fatta 2 o 3 anni fa da Mr. Conad Di Venanzo ma é stata rifiutata. Calabrò dovrebbe saperne qualcosa, visto che era il suo consigliori.
enzo calabrò - 29/03/2016
Mr. Conad in realtà era Mr. Despar e io non ero il consigliori ma ho svolto solamente un ruolo di facilitatore organizzando gli incontri e tenendo aperti i canali di comunicazione e chi conosce Di Venanzo sa che, anche volendo, non avrei potuto o saputo fare di più. Non nascondo, però, che facevo il tifo per lui, condividendone l'analisi e l'obiettivo di rimescolare le carte tra le società di Bologna per trovare un nuovo assetto capace di rilanciare il rugby cittadino e ridare ambizioni all'altezza del potenziale di questa città.
La proposta non era però quella ventilata da Romano cioè di segmentare e affidare ad ogni società un tassello del puzzle (minirugby, giovanile, seniror, femminile) ma quella di fare, in sintesi, un nuova società dove confluivano, con un vincolo triennale, tutti e tutto (giocatori, sponsor, staff, ecc). Alla scadenza chi voleva poteva uscirne riportando fuori solo quello che aveva conferito, chi usciva prima perdeva tutto. Qualcuno fece una controproposta al ribasso che non fu accettata dalle altre società e finì tutto lì, i presenti si alzarono, uscirono dalla stanza e sul tavolo rimasero l'analisi e le ambizioni e, per quello che si è visto da allora ad oggi, sono ancora lì, impilati al centro del tavolo in un pacco impolverato e legato con un laccio.
M' - 29/03/2016
romano - 29/03/2016
Mi pareva chiara che la mia non poteva essere altro che una provocazione per aprire un dibattito che avesse come obiettivo "un nuovo assetto capace di rilanciare il Rugby a Bologna..." come ha meglio precisato Enzo. Se non c'è la volontà nemmeno di tentare un dialogo punto, amici come prima!
Anonimo - 01/04/2016
questo commento anonimo non centra niente con niente e fatto con lo spirito sbagliato e si citano persone senza qualificarsi. Mi tocca intervenire per oscurarlo, caro anonimo riprovaci.