QUESTIONI DI CUORE


C'è chi dice che alla fine ci innamoriamo sempre di noi stessi o meglio che ci innamoriamo di coloro che riescono a far emergere il meglio che c'è dentro di noi. E' per questo che usiamo espressioni del tipo "insieme a lui sto bene" o "quando sto con lei mi sento un'altro". Alla stessa maniera c'è chi dice che, nel rugby, giocare con i più forti si hanno più stimoli, si favorisce un maggiore impegno, si impara di più e alla fine si gioca meglio.
Sarà, ma appena dieci minuti dopo l'inizio della partita, quando i ragazzi della Reno si sono ritrovati per la terza volta dietro i pali ad aspettare la trasformazione nessuno ha avuto l'ardire di raccontargli tutte queste storie per rincuorarli nel dover affrontare ancora per 70 minuti una squadra che prima è entrata in meta con un'apertura veloce, poi con un carretto indifendibile e alla fine con uno schema che ha liberato l'ala in una corsa solitaria fino al centro dei pali.
C'è chi dice che due persone per vivere felici assieme devono avere un'affinità di fondo, che l'amore si basa sulla complicità, che per stare assieme serve una condivisione forte capace di intrecciare interessi, esperienze ed emozioni. E' per questo che si sentono fare discorsi del tipo "troppi anni di differenza, non possono durare a lungo" oppure "vengono da due mondi totalmente diversi, non hanno futuro".
Può essere che questa teoria abbia un certo fondamento ma i suoi sostenitori non hanno potuto o voluto partecipare all'abbraccio dell'ala della Reno quando ha appoggiato la palla in meta dopo un buco e una corsa di 50 metri. Mi domando dove erano finiti i fautori della incompatibilità socio-affettiva durante i 15 minuti successivi mentre la Reno teneva il campo e sembrava aver recuperato con l'autostima anche l'aggressività difensiva e la determinazione in attacco, ingredienti necessari per tenere testa ad una squadra nettamente superiore.
C'è chi dice che l'amore è molto più complicato del rugby e, senza paura di essere smentiti, affermano che in materia di palla ovale i più forti vincono e si divertono, mentre i più deboli perdono e devono trovare obiettivi minimi e individuali per dare un senso alla trasferta. Il secondo tempo di questa partita sembra dar loro ragione, con un Modena che sale in cattedra e infligge un'altra dura lezione alla Reno. Le quattro mete del secondo tempo si aggiungono alle 5 segnate nel primo e dimostrano che i modenesi, nella presenza fisica, nelle abilità individuali e nella qualità e varietà del gioco espresso, sono all'altezza di un ritorno nel campionato d'elite.
La bravura dei modenesi si è mischiata con i difetti dei bolognesi e non ci si sorprende se la partita si è conclusa con una differenza tra le due squadre di 55 punti. Un risultato che pur evidenziando un divario, al momento incolmabile, tra le due squadre non chiarisce se per la Reno sarebbe stato meglio giocarsela con una squadra più debole e avere la possibilità di verificare il proprio percorso formativo con un avversario allo stesso livello, oppure, come è successo oggi, perdere male ma avere l'opportunità di misurarsi con i propri limiti e alimentare le ambizioni come fossero un concime indispensabile per la crescita.

Il dubbio rimane e, come in amore, non si saprà mai dare il consiglio giusto.