IN TRIBUNA ALL'ARCOVEGGIO TRE GENERAZIONI DI RUGBISTI ACCOMPAGNANO LA RISALITA DEL BOLOGNA


Bologna 60 Lupi di Canolo 0

Io, quando giocavo, avevo un angelo che mi proteggeva. Il mio Angelo non era un custode ma un Aldrovandi, uno dei tanti che hanno giocato nel Bologna. Lui era terza centro e io mediano di mischia e con i piloni che avevamo raramente si preoccupava della spinta, il più delle volte spostava la palla con il piede sulla destra e si alzava per frapporre il suo culone tra me e il mediano avversario. Angelo ha smesso di giocare poco dopo che ho iniziato io, e io ho smesso poco dopo che iniziassero gli attuali dirigenti del Bologna. A loro volta, quelli che adesso si danno da fare per ricostruire la squadra, hanno smesso poco prima o poco dopo l'esordio di quelli che sono in campo oggi.
Con Angelo di fianco la partita contro i Lupi è stata, per me, solo un pretesto per 80 minuti di ricordi e di emozioni rivissute con quell'allegria assoluta e incondizionata che solo la sua forte risata è capace di suscitare. Non è che la partita, di per se, avesse potuto travolgerci nel pathos agonistico, con i Lupi messi sotto da subito e senza mai la possibilità di resistere al travolgente dominio rossoblu, ma per ogni cosa che accadeva in campo si trovava un collegamento nel nostro passato, un modo di far rivivere la nostra esperienza e adattarla a quello che vedevamo.
Un attimo di pazienza, seguitemi in questa menata sul rugby di una volta, sulla memoria e tutto il resto, perché so dove voglio arrivare.
L'anno scorso ho chiesto agli allenatori dei Tigers durante la settimana del Camp che hanno fatto a Calvisano, qual'era, se c'era, la differenza tra i nostri giocatori e quelli inglesi. Loro mi hanno risposto che fino ai 10-12 anni non c'era molta differenza sia di natura fisica che tecnica, ma da quell'età in avanti la differenza era molta e tutta a favore degli inglesi. Colpa degli allenatori, ho chiesto io con un po' di malizia e ironia, e loro mi hanno risposto di no, che la differenza la fa la cultura rugbistica che da loro si respira in famiglia, nel club, nella scuola... Come si dice, da loro i giocatori nascono già imparati, perchè nella densità dell'atmosfera che li avvolge trovano gli appigli per scalare la montagna, gli appoggi su cui far crescere la qualità.
Ecco perché è importante che Angelo oggi fosse all'Arcoveggio ed è lo stesso motivo per il quale molte squadre aggiungono quel numero dopo il nome. 1928 per il Bologna, 1967 la Reno , il Parma 1931.... E' nella storia che la cultura affonda le sue radici, e l'esserci stato o l'aver fatto sono il principale alleato del fare e dell'esserci.
Sarebbe bello adesso affrontare la relazione tra la storia di una comunità e la sua identità e l'errore di chi la confonde con il concetto di appartenenza, ma capisco che per essere un lunedì ho già forzato troppo la mano e non sono nemmeno sicuro che la maggior parte di coloro che hanno iniziato a leggere siano arrivati fin qua.
La partita è già finita, 80 minuti passano in fretta e il Bologna ne ha segnati 60, con la presunta facilità con cui l'apertura irlandese fa quei passaggi che per vederli sarei disposto anche a pagare un biglietto, ridotto, per anziani... però.
Lo Jesi ha vinto anche lui e anche lui col bonus e per la promozione non c'è ancora la certezza matematica. La prossima è con il Macerata là, poi l'ultima di campionato, in casa, contro il San Benedetto.
Ci rivediamo il 17 maggio e se qualcuno ha bisogno di un passaggio, per le difficoltà nella deambulazione, lo passo a prendere io.

Nella foto il Bologna nel campionato 1928-1929 (avete visto quanta gente c'era?)

Melega - 27/04/2015
hai ragione Enzo sull'appartenenza e sul rugby bolognese. più che in una "città rugbystica" noi siamo un "condominio rugbystyco" dove non riusciamo nemmeno a metterci d'accordo su dove parcheggiare in cortile.
un saluto ad Angelo mio nemico amico.
Tiziano Taccola - 27/04/2015
Domenica non c'ero. C'ero la domenica prima, contro lo Jesi. Come spesso accade la lettura di Enzo mi ha coinvolto nei miei ricordi di gioventù, sia di episodi comuni a lui che altri senza di lui. Penso comunque che una grande differenza ci sia tra il periodo in cui giocavo io in giovanile e successivamente in prima squadra ed il Bologna Rugby di oggi. Mi pare di cogliere nell'ambiente Bologna Rugby di oggi una condivisione e coinvolgimento maggiore di quello che è il gioco, le sue regole e la vita quotidiana dei giocatori, dei dirigenti e delle famiglie. E se il merito di questa mia percezione è di tutti, il peso della responsabilità di dover continuare su questa strada è indubbiamente collocato sulle spalle del presidente Paolini. Francesco ha dato una spinta propulsiva ad un ambiente esangue, in totale ipossiemia rugbystica, portando un carico di sapienza organizzativa e vera passione. Questo ho avuto modo di dirglielo personalmente domenica scorsa, anche se, al solito, avrà pensato che stessi scherzando.