VADA, VADA CHE IL RUGBY LO TROVA DOPO I CAVALLI...


Reno 40 Cecina 7

Adesso che hanno chiuso l'accesso alle macchine al campo della Barca, quando si arriva bisogna parcheggiare fuori dai cancelli, camminare lungo i vialetti del centro sportivo e oltrepassare gli impianti come se si fosse in un villaggio olimpico. Basket, calcio, hockey, ciclismo, equitazione... fino ad arrivare là in fondo, dove finisce tutto e comincia il rugby.
Oggi, visto il leggero anticipo con cui sono arrivato, c'era anche il tempo di fermarsi al bar, bere un caffè, scambiare due battute con la barista e un giocatore di bocce per poi incamminarmi, aggirando il laghetto, verso la tribuna.
Attorno a me c'erano gruppetti di quattro o cinque persone che camminavano nella stessa direzione, alcuni li conoscevo e ci scappava un saluto, altri no ma indossavano magliette con il logo della Reno e, camminando, mi sorprendevo del fatto che tutta quella gente convergesse verso lo stesso posto dove stavo andando anch'io.
Più ci si avvicinava alle tribune e più quella piccola folla si infittiva e sembrava proprio di andare allo stadio coinvolti in una processione di tifosi. Solo quando, ai piedi della tribuna ferrosa, ho visto un'apona attrezzata che vendeva panini e bibite mi sono reso conto che il campo della Barca è lo stadio del rugby a Bologna, non certo per l'aspetto così lontano da una rappresentazione pomposa e formale impressa nel nostro immaginario, ma per l'atmosfera che si respirava, per la quantità di spettatori e per la gioiosa spensieratezza, l'allegria semplice e sincera con cui tutta quella gente si apprestava a sostenere la propria squadra.
Questo è il rugby che piace a me, tanto umile da sembrare povero, così leggero da non far fatica nel portarselo addosso e nel condividerlo con gli altri, un rugby umano e accogliente, caldo e affettuoso come un ritrovo in famiglia.
Sarà per questo che mi sono seduto tra due zii, zio Lelli e Zio-otti, con nonno Dedo di sopra e papà Bettini di sotto che anche senza il figlio in campo continua a trepidare camminando avanti e indietro nello spazio angusto tra la rete e la tribuna.
La partita era di quelle facili, la prima contro gli ultimi in classifica, in un campionato per non retrocedere in C dove la Reno ha già raggiunto il suo obiettivo, eppure alla Barca c'erano 250-300 persone o forse più, e non faccio distinzione tra quelli in campo e quelli in tribuna perché l'unica differenza era che una ventina di loro avevano i pantaloncini corti e tutti gli altri no.
Verso la fine del primo tempo, quando la Reno ha perso per un po' il pallino del gioco il sostegno del pubblico è arrivato immediato e forte come se tutti volessero entrare in campo a dare una mano, e quando hanno ricominciato a segnare mete gli sguardi dei giocatori nel rientro verso la metà campo erano rivolti verso la tribuna festosa pieni di soddisfazione sia per i punti segnati e sia per la gioia che avevano saputo ridare a tutta quella gente là fuori.
Vi assicuro che l'unità tra squadra e pubblico riferita alla Reno non è retorica, si sente, si percepisce nell'affetto con cui tra il pubblico si esaltano le doti e si perdonano gli errori e nel disappunto, quasi un dispiacere, con cui i giocatori vivono le sconfitte per non essere stati in grado di soddisfare le aspettative e nella voglia di riscatto dovuta più che all'ambizione personale al piacere di riprovare quell'emozione festosa e partecipata di quando, dopo una vittoria, si avvicinano alla rete per salutare e festeggiare tutti assieme.
Alle partite della Reno di solito lo spettacolo non manca, il bel gioco, il gesto tecnico, lo schema eseguito con precisione soddisfano il palato esperto di un pubblico fatto per la maggior parte di giocatori ed ex giocatori, ma è l'emozione, è la simpatia quello che attrae tutti gli altri (e sono molti) che non hanno mai giocato a rugby e arrivano, con il pretesto di vedere una partita, fin qua dove la città finisce sul greto di un fiume, per poi ritornanare nel grigio della periferia passeggiando a piccoli gruppi, lasciando a malincuore la basilica di San Luca immersa in un verde acceso, regalando un sorriso leggero al posto di un saluto e incrociando lo sguardo complice di chi condivide la stessa passione, nascondendo un segreto da rivelare solo agli amici di cui ti fidi.

spettatore - 13/04/2015
Non che abbia una grande importanza nel piacevole racconto che hai fatto....ma il Ravenna è secondo in classifica, non ultimo. Ultimo è il Bologna 1928.
enzo calabro' - 13/04/2015
romeo - 13/04/2015
Grande articolo, grazie!
Luciana - 13/04/2015
molto molto bello!! Hai proprio descritto un rugby come piace a me
Gabriele Lenghi - 14/04/2015
Articolo corrispondente a tutta la realtà che anch'io ho vissuto sulla tribuna.
Pubblico partecipe, squadra di persone serie e tutti SPORTIVI nel senso puro della parola.
W la "pulizia" del rugby e dello sport in generale quando è vissuto e praticato da chi ha la voglia di una sana competizione.