MANY RIVERS TO CROSS

BOLOGNA, PRIMAVERA 2013


Quando ho iniziato a giocare a rugby avevo più o meno la stessa età dei giocatori che adesso vedo dalla tribuna dell'Arcoveggio, la maglia che indossavo era rossa e blu, quella del Bologna, i colori che oggi si contrappongono al nero dei Lions, la squadra dove gioca mio figlio e io, si fa per dire, aiuto ad allenare.

Sono passati 40 anni e mi ritrovo sulla sponda opposta di quel fiume che non divide le rive ma paradossalmente le unisce. In fondo la terra sugli argini si alimenta della stessa acqua, segue il corso del fiume accompagnadone le sinuosità fino alla foce, le due sponde depositano in egual misura sedimenti sul fondo del letto che poi durante le piene invernali saranno restituiti più a valle indifferentemente a destra o a sinistra.

Guardando quei ragazzi dalla tribuna dell'Arcoveggio riconosco me stesso e i miei compagni di una volta, come se il tempo si fosse fermato e in quel rettangolo verde la storia si ripetesse all'infinito come in una commedia dove gli attori cambiano ma il copione è sempre lo stesso.

Quaranta anni fa, era ancora il XX secolo, al centro della scena c'ero io con una palla in mano e un avversario da battere, di quello che succedeva dietro le quinte ricordo poco: le imprecazioni in bolognese di Scarpazza e l'odore di canfora negli spogliatoi, i lunghi viaggi in pulman e le magliette incredibilmente lavate e piegate ogni volta che si giocava una partita. Io cercavo solo di dare il massimo in allenamento e un pò di più alla domenica, e ho continuato a farlo anche dopo, quando ho smesso di giocare in quel rettangolo e ho cominciato a giocare in spazi più grandi dove i tempi non durano minuti ma anni.

A parte la chioma argentata mi sono accorto che tutto quello che mi piace di me stesso l'ho imparato giocando a rugby, ho capito che l'importante nella vita non è in che sponda del fiume ti ritrovi ma è accompagnare quel fiume sino alla foce, contenerlo e allo stesso tempo lasciarsi trascinare dalla corrente, affrontare le rapide controcorrente se necessario, remare tutti assieme per superare le difficoltà e divertirsi ancora come se fossimo esordienti con tutto il futuro davanti a noi.

Al centro della scena c'è il giocatore, non la maglia che indossa, il colore dell'acqua di quel fiume non c'è, si colora del fondo e delle rive riflesse. Ho vestito i colori di tutte le squadre di Bologna con gioia e con orgoglio tutte le volte che ne indossavo la maglia, perchè dentro a quei due etti di stoffa c'era un giocatore di rugby con una palla in mano e una meta da fare, un compagno da seguire a cui offrire l'appoggio, un avversario da battere e un arbitro da rispettare qualsiasi stronzata fischiasse.

Anche adesso che guardo la partita dalla riva non sono meno giocatore di quando avevo la palla in mano, vedo il rugby di Bologna, la mia vera squadra, chiusa nei ventidue e invece di calciare in touche in una prudenziale difesa attacco cercando un compagno e non una maglia, gli passo la palla e lo sostengo, e l'ala dalla chiusa è dietro di me, anche l'estremo si è mosso e ci corre dietro, fanculo i campanili l'unica cosa alta che vedo sono quei pali da infilare con un piazzato conquistato dopo aver fatto crollare la mischia avversaria con la spinta compatta dei nostri avanti.

Chi vuol giocare in questa squadra si faccia sotto, venga al campo che gli allenamenti sono iniziati.